Valentino Rossi, il mito, racconta i suoi miti. Un numero speciale con un direttore eccezionale. Il motivo? Be’, innanzitutto, per una lunga amicizia nata grazie a una ricetta giapponese.
Per circa due anni, tra il 2002 e il 2003, con Valentino abbiamo tenuto una rubrica su questa rivista. Spesso la scriveva lui, di suo pugno, e poi la mandava via fax. Se no, ci si sentiva al telefono. Dettava a braccio, come facevano una volta gli inviati di guerra. Non perdeva un colpo: concentrato, nel racconto seguiva sempre un filo rosso, limpido e perfetto. Asciutto. Erano storie divertenti. La prima fu quella legata a una cena al ristorante giapponese.
Ci andammo insieme, da Nobu, a Milano: io, lui, Gibo (il suo manager) e Uccio. Quando assaggiò il rafano, la radice verde e piccante con cui si accompagna il sushi, Valentino fece una smorfiaschifata: “Ehhh, sembra di fare la scarpetta nel carburatore della mia Subaru!”. Scrivemmo su un tovagliolo i punti caldi della discussione fatta a tavola e così nacque la rubrica. Ecco alcuni stralci: il pezzo di automobile più bello? “Il paraurti anteriore della nuova Bmw M3”. La specialità culinaria? “Me la cavo bene con il panino alla mortadella”. La pista del Mondiale con i cessi più belli? “Quelli della Repubblica Ceca, perché sono a pagamento”. Il disco a casa di cui vergognarsi? “Quello delle Destiny’s Child”.
Il cinema più bello? “Dalle mie parti ce ne sono tanti,come l’Astoria di Richmond, che d’estate proietta film all’aria aperta. Una volta, a 18 anni, sono stato con i miei amici al cinema porno di San Giovanni, che all’ingresso aveva il biglietto ‘intero’o ‘ridotto’. Ma se il film era vietato ai minori, a chi davano l’ingresso ridotto?”.
Andammo avanti così, tra vacanze a Ibiza, soggiorni a Londra e racconti di viaggi in Giappone con Nicky Hayden, allora suo compagno di squadra. “Quelli della Honda ti vengono a prendere all’aeroporto e subito ti danno il programma che ti spetta: alle 18.35 puoi andare a pisciare, perché alle 18.37 incontri i giornalisti (ricordarsi di non rivelare segreti!). Alle 18.39 puoi andare a cambiarti in camera, anche se una nota in fondo alla pagina del programma ricorda che devi restituire la camicia della Honda piegata (capito?, le vogliono sempre indietro!) e che non puoi metterti i jeans, perché per i giapponesi sono un indumento da delinquenti”.
Hayden, in quel viaggio, si fece prendere dallo sconforto mentre, in treno, andavamo a visitare due fabbriche della Honda fuori Tokyo. “Certo”, ricorda Valentino, “in treno ti offrono da mangiare e da bere. Ma alle 7 del mattino, da quel carrellino con le alghe arriva una “caliga” che noi dalle nostre parti chiamiamo puzza di bistcino. In dialetto significa puzza di bestia. Tutto, quel giorno, durò due ore: due ore di treno, due ore di taxi, due ore di visita. Per fortuna c’era Uccio, se no io mi sarei sparato un colpo in testa. Ma peggio di me stava Nicky Hayden. Simpatico, ma chiedeva sempre tutto a tutti, gli mancava l’America. Poi Uccio gli disse: “Ascolta, Nicky, qui sei in Giappone, devi chiedere meno cose possibili. Prendila così, è una cosa di lavoro. Spera solo che finisca presto”.




